12 Giu 9:30
Fantasia
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[[*DOMUS DELLA TEMPESTA§ D'un infame abuso*]]
Che il Lampo sia monito di sciagure che, con il suo avvertimento, possan esser scampate, O Cittadini.

Son certa che, per chi avrà la pazienza di legger lo racconto mio, sarà chiara la motivazione che mi induce ad utilizzare una via che ha il sapore di esser così ufficiale.

M’accingo ordunque a riferire le vicende d’orrore che m’hanno vista protagonista il meriggio del giorno – del mese – dell’anno VIII

Mi trovavo questo meriggio, come detto, presso la Dimora della Tempesta, la quale accoglie me e le mie care sorelle. Ero sola; preda nella misantropia caratteristica delle dame che ricercano nei libri l’unica compagnia nei mezzogiorni ove nulla par abbastanza eccitante da esser vissuto.
Seduta, dunque, presso la Biblioteca, ero immersa in storie di epici cavalieri che tentano di conquistare cuori di belle donzelle, quando la mia lettura quieta e bucolica venne interrotta da un acuto dolore che, come spada, trafiggeva i miei polsi.

Con poca eleganza feci cader in terra il tomo che con le mani reggevo. Per quanto ancora io possa esser scossa da ciò che v’ho narrato e quello che ho ancora omesso, mi vergogno d’aver similmente trattato un libro, ma, ammetto, che, seduta stante, nulla tranne il violento affanno che gravava sulla mia persona, irretì il mio interesse.

Razionale, osservai il punto dolente, scorgendo, con sorpresa dei lunghi solchi; la lama d’un pugnale non poteva svolgere lavoro più accurato di quello che il violento, ma invisibile, pittore aveva fatto sulla tela che i miei polsi rappresentavano.

Sgomenta e smarrita strappai un lembo della mia veste per fasciare quell’ inaspettata ferita notando solo nel curarmi, che essa non era più di tanto profonda.

Rasserenata per un momento fugace, presi la decisione di ritirarmi presso le mie stanze.

Ma fu un animale che mi saltò al collo. Non colsi il suo odore di predatore, ne il suo peso gravare sulle mie spalle, ma sentii la sua ingordigia abbattersi sul mio collo e scorsi me medesima, distesa sul pavimento della grande biblioteca della Dimora, infelice spettatrice e protagonista di un massacro surreale.

Un morso sullo gozzo mio si stagliava, ma da esso linfa non uscì, seppur il dolore fosse acuto.
Dettato da timore ed orrore? Probabile, ma mai sensazione fu più reale.
Mi nascosi come il bambino dietro il suo dito, coprendomi dalla nefasta presenza violenta e brutale con le mie braccia.

Soluzione banale? Non importa perché questa bastò.
Chi detenne l’arroganza di colpire una dolce fanciulletta scomparve al mio gesto di riparo.

Terminata la narrazione io, Fantasia Aredhel Isilrà diverrò, per Voi tutti, il Lampo:
Alle mie sorella un’avvertenza, poiché mai sono stata sì sincera; derisa dalla mia immagine allo specchio che prima osannava il mio candido splendore e che ora mi mostra i segni d’un abuso.
Alla popolazione un avvertimento poiché se questa presenza dovesse tediarsi di violentare solo la pace della Domus della Tempesta, essa potrebbe arrivare fino ad ognuno di noi.

Se colui che sfigurò, per sua fortuna non definitivamente, le mie carni fosse stato corporeo lo avrei guardato negli occhi, cercato e denunciato.
Ma non è una creatura; è l’istinto di brutalità, nascosto dalla fortuna d’esser invisibile.


A me, però, rimane il compito d’esser la spia che v’avverte.
Io che, vittima di un abuso, trovo la forza di avvertire Voi tutti.
Da lodare la mia misericordia.


Fantasia Aredhel Isilrà
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